• Paride Spinelli

La medicina del lavoro, una storia tutta italiana

La disciplina della medicina del lavoro è una branca della scienza medica che si occupa di indagare e prevenire le malattie professionali, ovvero quelle patologie il cui sviluppo è legato ad un determinato lavoro svolto.


La medicina del lavoro nasce nel 1700: un’epoca in cui lo sfruttamento lavorativo indiscriminato, nei riguardi dei contadini, degli artigiani e più in generale della povera gente che svolgeva i lavori più umili, era la normalità; questi soggetti, esposti a ritmi di lavoro estenuanti, polveri, fumi tossici, ambienti pericolosi, erano soliti sviluppare patologie che compromettevano la loro quotidianità e la loro vita, spesso in maniera irreversibile. Lavoravano per vivere, in alcuni casi sopravvivere, ma si riducevano spesso, al contrario, a vivere per lavorare, ed infine il lavoro stesso privava loro di godere della vita in modo pieno.


La medicina ufficiale, accademica, guardava in maniera distaccata questo mondo popolare, non ritenendolo degno di ricevere una nobile attenzione scientifica.


Fu in Italia per la prima volta che si decise di fare luce su queste patologie degli ultimi: nel 1700 Bernardino Ramazzini pubblicò infatti a Modena De morbis artificium diatriba”, l’opera che segna l’inizio della medicina del lavoro.


Frontespizio dell'edizione definitiva dell'opera De Morbis Artificum Diatriba (Padova, 1713)
Frontespizio dell'edizione definitiva dell'opera De Morbis Artificum Diatriba (Padova, 1713)

Ramazzini era nato a Carpi, si era laureato in Medicina a Parma, svolse la sua attività di medico e fu chiamato ad insegnare prima a Modena, poi nella prestigiosa Padova. Da medico, era sceso a fianco dei più umili, visitandoli, studiando la loro realtà con attento occhio clinico, e con la sua opera, scritta in latino perché rivolta alla classe dei colti medici accademici, denunciava le precarie condizioni lavorative di alcune professioni (dei vetrai; degli speziali, ovvero gli antichi farmacisti; delle lavandaie, e di molti altri) e ne descriveva i rischi, i pericoli e dunque i danni alla salute che caratterizzavano ciascuna categoria.


Il suo intento, come poi scrisse lui stesso, era quello di fornire a tutto l’ordine dei medici le conoscenze necessarie per inquadrare delle patologie che derivavano dallo svolgimento di una determinata mansione, esortandoli ad entrare in contatto con questi malati, degnandoli dell’attenzione a loro doverosa:


“in questa operetta non è mia intenzione di scrivere trattati interi de’ morbi, e le cure loro intere con un grand’apparecchio di ricette, ma solamente di suggerire a’ professori del medicare alcuni avvisi per una cauzion più felice de’ miseri artefici.”


D’ altronde, come evidenzia Giorgio Cosmacini in “Storia della Medicina del Lavoro”, l’ideale che ispira Ramazzini a rivolgere cure ed attenzioni a queste umili categorie di mestieri non comporta vantaggi solo ad personam, ovvero ai lavoratori stessi, ma a tutta la società, a partire dai datori di lavoro, gli imprenditori: un vantaggio dunque ad societatem, poiché in questo modo il soggetto tutelato è messo nelle condizioni di svolgere la sua mansione senza riceverne danno, quindi alla massima efficienza e ricevendone la massima gratificazione, contribuendo ulteriormente a creare un clima di benessere sociale diffuso.


L’ opera di Ramazzini avviò molti studi in questo senso, portati avanti a livelli di eccellenza mondiale ancora in Italia, ma ebbe una vasta riconoscenza anche in ambito internazionale, testimoniata ad esempio dalla citazione che di quest’opera fece Karl Marx nel “Capitale”.


L’ insegnamento principale che lasciò in eredità alla storia della medicina può essere riassunto in una frase che pronunciò lui stesso in un’orazione del 1711: «prevenire è di gran lunga meglio che curare».


Bernardino Ramazzini
Bernardino Ramazzini

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